Donne a Righe è un podcast di chiacchiere tra Freelance
Se ti senti in colpa perché non riesci a curare la tua comunicazione online, sei in buona compagnia
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Quando Tatiana e Cristina hanno lanciato l’idea del blog di Donne a Righe, mi sono chiesta: avrò qualcosa di interessante da dire? Ci ho pensato un po’, ma sotto sotto sapevo già quale sarebbe stato l’argomento, che è la croce di tantƏ freelance e forse anche la tua: il senso di colpa e di inadeguatezza che si prova quando non si riesce a curare la propria comunicazione online come si vorrebbe.
Perché postare sul sito e sui social è una croce. Siamo sincerƏ. E anche chi ci riesce bene, lo fa con un grandissimo sforzo (o delegando buona parte del lavoro).
Quindi, se stai leggendo questo articolo e ti senti in colpa perché l’ultima volta che hai pubblicato un reel risale a Natale del ’24, voglio che tu sappia che sei in ottima compagnia e che, secondo me, non vale la pena crucciarsi.
C’era una volta un audio lasciato a salare…
Per scrivere questo articolo, ho ripescato un audio che avevo registrato qualche tempo fa in piena estasi di idee per i social. Te lo ripropongo qui, perché il racconto che ne è uscito potrebbe suonarti familiare. A proposito, io faccio la copywriter e per lavoro scrivo i testi e i post social per gli altri, eppure, ecco cosa mi è capitato di provare per molto tempo:
“Il tuo computer è acceso da stamattina. Hai lavorato per qualche ora, pranzato, preso un caffè. Oggi hai promesso a te stessa che – cascasse il mondo – il pomeriggio lo dedicherai alla tua comunicazione.
Niente call. Niente lavoro per i clienti. Solo tu e i tuoi testi.
Sei davanti al PC. Apri il file che accoglierà l’articolo del tuo blog. Guardi la pagina bianca: è immacolata. Sembra scrutarti con occhio severo. Il cursore lampeggia. Saranno dita virtuali che tamburellano, in attesa che digiti la prima parola?
Ti sgranchisci e inizi a scrivere.
No, non va bene.
Cancelli.
Ricominci. Una frase prende forma, ma resta lì.
Ti alzi. Torni. Non sai come proseguire.
Disagio.
L’orologio batte il tempo. “Aspetta” ti dici “non c’è bisogno che inizi dal blog, tanto devi completare il post per Instagram su Canva!”
Speranza.
In un’altra finestra (fondo blu, grafiche allegre), un carosello incompleto aspetta che tu finisca di scrivere e impaginare un messaggio di cui non sei proprio convintissima.
E la call to action finale? Boh!
Quell’immagine non va bene.
Manca la caption…
Frustrazione.
Compare una notifica di LinkedIn. Da quanto tempo non posti? 2 o 3 mesi… praticamente un’era geologica. Ma chi ha voglia di buttarsi nella bolgia, sapendo che prima o poi arriverà il leone da tastiera di turno? Uno che manco ti conosce, ma deve venirti a spiegare come stare al mondo?
No, oggi no, pietà. LinkedIn no…
Morsa allo stomaco.
Uno sguardo fugace alla casella di posta ti offre un appiglio: un cliente ti ha scritto e devi rispondere.
Sollievo.
Alla tua comunicazione ci penserai un’altra volta.
Il senso di colpa fa capolino.
Sospiri e senza pensarci troppo, ti butti nel lavoro (per gli altri).”
Bloccarsi fa parte del gioco
Ogni anno, i miei buoni propositi vanno a farsi friggere. Inizio con le migliori intenzioni, ma termino sempre sprofondando nella melma fino al ginocchio.
Quando finisce la scuola e il tempo da dedicare a me si dilata – sono una mamma freelance – mi dico sempre, puntuale come un orologio svizzero: “Bene, quest’anno niente scuse. Mi dedico sul serio alla mia comunicazione!”
Parto in quarta, raccolgo le idee, passo ore a pensare a cosa scrivere, registro i miei pensieri sul telefono, poi, di punto in bianco, melma.
Zero. Vuoto mentale.
Capita a me e capita anche a molti dei miei clienti freelance.
Il momento melma arriva per tuttƏ e dopo 10 anni di P.IVA mi sento di dire che è fisiologico e che non c’è bisogno di sentirsi in colpa.
L’algoritmo ci vorrebbe sempre presenti: febbrili produttori di contenuti pronti a sfornare articoli, reel e caroselli per alimentare la sua fame infinita. D’altronde vive – anche – di quello. Lui, o meglio, le Big Tech di cui l’algoritmo è lo strumento, tirano l’acqua al loro mulino.
Così siamo arrivatƏ a credere di doverci essere sempre e comunque.
Social fatigue?
Forse.
A me pare più un ritmo disumano e insostenibile. La narrazione dell’efficienza e della performance a tutti i costi sta presentando il conto.
Quindi? Molliamo tutto e basta?
No, per me la via è comunicare con i nostri tempi.
Se bloccarsi è umano, forse dovremmo ragionare fuori dagli schemi: invece di sforzarci di essere costanti a tutti i costi, dovremmo semplicemente accettare il fatto che ci saranno periodi in cui saremo meno visibili e altri in cui saremo più attivƏ.
E quando saremo attivƏ, ci saremo con intenzione, desiderio di dire la nostra e aiutare gli altri: la famosa autenticità, che ormai è talmente inflazionata da aver perso di significato.
Poco, ma buono (e umano)
Il mio motto è “poco, ma buono” e di recente ho aggiunto “e umano”. Ho notato che l’ispirazione mi viene quando sono con le persone, agli eventi o agli appuntamenti del Dar-Co. Una chiacchiera con altre mamme, una call scherzosa con un cliente, un pomeriggio di networking: sono tutte occasioni per uscire dalla bolla “io e il mio computer” e aprirsi al mondo.
In questi momenti le idee arrivano, basta solo cogliere l’attimo e trasformarle in una storia per Instagram, un post per LinkedIn o un vocale da dettare al telefono e magari dare a Claude, perché butti giù un semilavorato per un articolo.
“L’acqua che cade lentamente scava una roccia meglio di una cascata.” – Detto latino
Sibilla
Chi ha firmato l’articolo?
Mi chiamo Sibilla Garulli, sono una SEO copywriter e business ghostwriter. Scrivo per il mondo legale, sanitario e della consulenza B2B. La mia missione è aiutare i miei clienti ad aiutare gli altri, scrivendo con la loro voce e riportando il loro punto di vista, attraverso la divulgazione e il linguaggio chiaro.
Se ti va di restare in contatto ti aspetto su Instagram, su LinkedIn o sul mio sito.

